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— Lavoro: da un anno lavori in corso

Siamo in attesa dell’entrata di in vigore di un altro capitolo della riforma del mercato del lavoro, meglio conosciuta con la denominazione di Jobs Act, la qual cosa avverrà il giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dei decreti attuativi, prevista, secondo le notizie apprese dai media, nel giro di pochi giorni. In realtà il Jobs Act costituisce un articolato programma di riforme che interessano mercato del lavoro e welfare, che l’esecutivo ha intrapreso a partire dalla primavera scorsa con il decreto legge n. 34 del 20Marzo 2014, convertito nella legge n. 78 del 16 Maggio 2014, che ha riguardato prevalentemente i temi del contratto a tempo determinato e dell’apprendistato. Nel mese di dicembre 2014 il programma di riforme ha segnato una ulteriore tappa con la pubblicazione della legge n. 183 del 10 dicembre 2014, con la quale il governo è stato delegato in materia di riforma degli ammortizzatori sociali, dei servizi per il lavoro e delle politiche attive, nonche’ in materia di riordino della disciplina dei rapporti di lavoro e dell’attività ispettiva e in materia di tutela e conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro. I primi quattro decreti con cui il governo ha esercitato la delega affidata dal parlamento sono stati emanati lo scorso 20 febbraio, due dei quali in fase di esame preliminare, gli altri due in maniera definitiva; proprio di questi ultimi, che riguardano il contratto a tutele crescenti e il riordino degli ammortizzatori sociali, si attende la imminente entrata in vigore. Entrata in vigore che però non comporterà ancora la integrale e piena operatività della riforma, per la quale dovremmo attendere qualche mese.

Nel corso di questi mesi abbiamo fatto l’abitudine a confrontarci con i termini e le locuzioni più varie; sono entrate nel nostro vocabolario espressioni come “tfr in busta paga”, “tutele crescenti” “flessibilità in uscita” “riordino delle tipologie contrattuali”, “abolizione delle collaborazioni a progetto”, “nuova Naspi”, che si sono aggiunte alle più abituali e conosciute “art.18”, “licenziamenti collettivi”, “telelavoro”, “mansioni”. Facciamo allora un esercizio: proviamo a mettere un po’ di ordine.
Cominciamo sgombrando il campo da un paio di equivoci, che si sono creati nelle nostre testoline sulla scia di dichiarazioni pubbliche, di notizie apprese in tv e sulla carta stampata e, mi sia consentito, anche di un pizzico di propaganda.
lavoriincorso- Primo: il Jobs Act, come ho provato a spiegare in precedenza, non riguarda soltanto la nuova forma di contratto di lavoro a tempo indeterminato – e le sue modalità di cessazione – ma è un pacchetto di riforme, che interessano mercato del lavoro e welfare, alcune delle quali operative da mesi, altre imminenti, altre ancora allo stato di buone intenzioni.
- Secondo: il Jobs Act non è entrato in vigore né il 1 gennaio 2015 né il 1 marzo 2015 ma un pezzo di esso è entrato in vigore nella primavera dello scorso anno, il resto entro la primavera di questo.
Continuando con il nostro esercizio, a giorni, ed i l condizionale è d’obbligo, dovrebbero (ma facciamo i bravi, è certo!) entrare (quindi, sbilanciamoci, en treranno!) in vigore i decreti che riguardano il contratto a tutele crescenti e il riordino degli ammortizzatori sociali. A cui seguiranno, nel giro di poche settimane, dopo l’esame definitivo, l’entrata in vigore dei decreti che disciplineranno gli altri ambiti della riforma. Districarsi in questo labirinto non è semplice; non
lo è per me ed il mio staff, che facciamo questo di mestiere, per cui immagino quanto possa essere complicato e confuso il quadro per un collega che si occupa di assistenza sistemistica, che forse si trova più a suo agio nell’interpretare un file di configurazione che un decreto legislativo, o di una collega del back office, forse più avvezza a misurarsi con pratiche
commerciali che con articoli di legge e commi. Se alla collega o al collega era invece tutto lapalissiano, in primis chiedo venia, in secundis chiedo di trasmetterci il cv per un colloquio immediato: l’ufficio HR ha bisogno di voi!

E mi metto nei panni dei colleghi che hanno un contratto a termine e sperano nell’agognato contratto a tempo indeterminato. E’ quello a cui, ricorrendone le condizioni – che non sono solo di natura normativa e contrattuale – sta puntando l’azienda; ma, purtroppo, siamo ancora nella fase del “vorrei ma non posso ”.

Almeno, per tanti di loro, ancora per qualche giorno. Da un anno, sul versante della normativa sul lavoro, ci sono lavori in corso. E come si dice in questi casi: “stiamo lavorando per voi”.
P.S. Coltivo un recondito sogno: che la pubblicazione dei decreti in Gazzetta Ufficiale preceda la pubblicazione di questo articolo nel blog.
Un caro saluto e…buon lavoro.
Mario Alemanno
HR Manager
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3 Comments
  • Stefano Contato
    Posted at 20:48h, 04 marzo Rispondi

    Il problema ancora grosso da risolvere per l’azienda è il costo del lavoro, anche perché le fasce sull’imponibile relative alla percentuale irpef e del resto della tassazione che viene applicata in realtà è molto più pesante di quanto si creda. La fascia de €15k annui ha una percentuale irpef de 23% la fascia de €28k un 27%. Bene voi pensate che la differenza sulla tassazione sia il 4%… in realtà il costo orario per l’azienda passa da €11 hr a €23 …. lascio a voi le considerazioni

  • Marco Del Favero
    Posted at 12:28h, 06 marzo Rispondi

    Ciao a tutti,
    Caro Mario, spero che finalmente si metta ordine nella giungla e che tutti noi si possa vedere una o più vie chiare per il nostro futuro.
    Un augurio di successo a tutti

  • Stefano Contato
    Posted at 12:49h, 09 aprile Rispondi

    Temo che un altro aspetto negativo ancora da risolvere siano gli effetti della legge Fornero, Tempo fa il 27 giugno del 2012 ero intervenuto all’intervista a Radio Anch’io alla Fornero. Il mio dubbio era che la legge promulgata come incentivo all’ingresso dei lavoratori dipendenti, di fatto avrebbe sortito l’effetto opposto ed in effetti agisce complicando la vita a tutti coloro che già non lo sono. Anche per le aziende che si avvalgono di collaboratori le cose si sono complicate. In pratica cosa è successo gli autonomi sono rimasti autonomi, senza garanzie e con costi maggiori e le aziende si sono dovute arrangiare con vari escamotage per mantenere gli autonomi che avevano in staff sui progetti. L’effetto sociale è che ancora di più si è creata iniquità tra dipendenti ed autonomi oltre gli aspetti organizzativi del lavoro di tutti i giorni che per effetto della legge si è complicato notevolmente tanto che nelle aziende i lavoratori autonomi non possono “coesistere” insieme ai dipendenti, non possono inviare mail aziendali direttamente e non possono esercitare la propria professionalità oltre un certo tempo se il cliente su cui operano rappresenta 80%. Poi soluzioni si possono trovare ma alla fine il risultato è stato che è stata aggiunta burocrazia. Oltre ciò che è stato fatto nel JobAct andrebbe semplificata tutta burocrazia intorno alla disciplina del lavoro, basta prendere un cedolino di un dipendente svizzero per capire la differenza, anzi ci resti male tanto è semplice. Imponibile, tassazione regionale (dipende dal cantone e va da 8 al 15%), assicurazione (copre inps ed inail e costa un 7%). Il risultato è che nel peggio dei casi il 25% finisce tra tasse e previdenza. Da noi oltre le varie voci per cui un cedolino è peggio da leggere di un bilancio finisce che nel migliore dei casi per le fasce più basse più del 50% se ne va allo stato… Anche spagna , Inghilterra ed altri paesi della comunità hanno normative più lineari. Insomma ma non basterebbe copiare ciò che fanno gli altri invece di complicarci la vita?

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