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Le “due righe” di William

Che cosa significa occuparsi del personale? Ne abbiamo sentite tante di definizioni più o meno felici e condivisibili di quello che significa, d’altronde ogni tentativo risente dell’unicità dell’esperienza che lo ispira. Cercheremo di darne una definizione per certi versi inedita e semi-seria, in termini numerici, un viaggio dal particolare al generale e ritorno, una e più volte, una sorta di “montagne russe” in cui tentiamo di capire perdendoci…

Ognuno di noi ha a che fare con le persone, per primi se stessi, per 24 ore al giorno, anche se il dormire e le varie distrazioni ci aiutano a sopportare quel carico che tutti noi sappiamo quanto sia impegnativo. Poi il nostro essere animali sociali ci porta inevitabilmente a rapportarci con gli altri; ed è da questi rapporti interpersonali che vogliamo iniziare per spiegarvi cosa affrontiamo quotidianamente. Partiremo dall’estremamente piccolo e vedremo come sarà facile arrivare alle stelle per poi, si spera, ritornare sulla terra.

Ognuno di noi ha 1 cervello…ed un sistema nervoso composto da 10-100.000.000.000 di neuroni (chi più, chi meno…) e i neuroni sono connessi tra loro da sinapsi, all’incirca 100.000 per neurone. Quindi se la matematica ci accompagna 100 miliardi per 100 mila fa 10.000.000.000.000.000 (10 milioni di miliardi). Se a questo aggiungiamo la considerazione che i neuroni connessi da sinapsi comunicano attraverso dei neurotrasmettitori che tramite interazioni chimiche creano piccolissime scariche elettriche possiamo intuire che anche gli aspetti qualitativi contribuiscono a rendere meno comprensibile una realtà già complicatissima.

Ci ritroviamo così nell’ordine dei fantastiliardi di combinazioni possibili….

Se la vita non ci sembrasse abbastanza “cervellotica” così, potremmo considerare anche i numerosissimi ulteriori fattori anatomo-fisiologici che intervengono a complicare le cose (senza entrare nell’ambito delle battute di spirito), ma ci limitiamo in questa sede solo a quelli sopra esposti. Anche perché non abbiamo ancora affrontato il mare magno (e agitato) della psicologia che ci complicherà e, inaspettatamente, ci faciliterà la vita. Eravamo rimasti a qualche fantastiliardo, fantastiliardo in più fantastiliardo in meno, senza ancora arrivare ad affrontare gli aspetti psicologici. Cosa c’è di più imprevedibile, vario e inafferrabile della psicologia umana? E’ facile fare ironia su questo aspetto e magari anche considerarne seriamente gli aspetti più disparati, però la Psicologia (intesa come scienza sociale) in questo caso ci viene in aiuto. Già da principio in quella che viene chiamata “fase evolutiva” gli esempi, gli insegnamenti e le esperienze che riceviamo ci portano ad eliminare tutte quelle cognizioni, comportamenti, atteggiamenti e, financo, idee che non si adattano al mondo in cui viviamo e nei rapporti con gli altri. Con il passare del tempo si radicano in noi percorsi mentali e ragionamenti consolidati; idee condivise, nozioni si stampano nella nostra mente più o meno consapevolmente. Il linguaggio, in ogni sua forma, ci aiuta a plasmare il reale e ad adeguarci ad esso riuscendo a farci diventare essere sociali. Ecco che i milioni di miliardi drasticamente diminuiscono, anche se non si sa di quanto…grazie alla Cultura.

“Comunicare l’un l’altro, scambiarsi informazioni è natura;

tenere conto delle informazioni che ci vengono date è cultura”.

Johann Wolfgang Goethe

Siamo giunti quasi alla fine del nostro breve ma vorticoso viaggio nelle “montagne russe” dell’occuparsi del personale, abbiamo cercato di ridurre il numero di combinazioni di partenza però, ahinoi, siamo costretti da capo a dover moltiplicare, anziché dividere, la cifra astronomica raggiunta. Eh sì, perché quotidianamente ci confrontiamo con centinaia di persone tra colleghi, collaboratori, consulenti, ospiti e fornitori, quindi moltiplichiamo di nuovo la cifra ottenuta per 800 tra colleghi e collaboratori ed per un centinaio di altre persone appartenenti alle altre categorie. In molti casi il nostro compito risulta ancora più difficile perché la comunicazione avviene attraverso due soli canali, quello telefonico e quello scritto, con tutta la variabilità e l’incertezza che questo comporta; immaginate quanto sia importante il tono della voce anziché il contenuto del messaggio trasmesso senza avere la possibilità di vedere le reazioni dell’interlocutore (che non ci conosce e magari si fa un’idea sbagliata in base al nostro modo di porgerci) e che dire del comunicare per iscritto (come se fosse alla portata di tutti riuscire a scrivere chiaramente e senza possibilità di fraintendimento, in questo senso sicuramente vi verranno in mente tra colleghi e amici più di un esempio di chi non è proprio capace di scrivere una mail…). Così, alle volte, per ovviare a possibili fraintendimenti c’è chi adotta la via della brevità affrontando quel rischio che già duemila anni fa così bene descriveva Orazio («Brevis esse laboro / obscurus fio») «Cerco di essere conciso, e risulto oscuro». Esperienza insegna che non ci sono scorciatoie e soluzioni particolarmente valide nel riuscire ad evitare fraintendimenti ed incomprensioni che tutta la variabilità sopra descritta genera nel momento in cui ci rapportiamo con gli altri o ci confrontiamo. Solo un paio di fattori, finora non menzionati, che rientrano più propriamente nella sfera delle emozioni e dei comportamenti con il prossimo riescono lì dove la il calcolo probabilistico e la statistica fallisce ovvero la buona educazione e la cordialità. Chi l’avrebbe mai immaginato all’inizio di queste “montagne russe” che saremmo riusciti a venire a capo di tale complessità e imprevedibilità con due degli aspetti meno scientificamente certi quali il fattore culturale, espresso nella buona educazione, e quello emozionale e dei sentimenti, manifestato con la cordialità e le sue innumerevoli forme d’espressione. Quanto facilita la comunicazione e la gestione della complessità un condizionale o un “cortesemente” buttato lì nel testo di una mail? Quanto aiuta a capirsi un sorriso accennato durante una telefonata, che pur non vedendosi chissà come mai si riesce a percepire chiaramente? Eccolo il segreto per la gestione della complessità; di quella complessità che i numeri con la loro incontrovertibile verità scientifica riescono solo a descrivere, spaventandoci, ma che qualcosa di profondamente incerto e relativo come la cultura e le emozioni riescono a comprendere. Ecco perché ci piace avere a che fare con le persone. Perché ci piace gestire la complessità; o meglio, ci piace credere di riuscire a farlo…con educazione e cordialità.

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